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    Editoriale 1 (2017)

    Rivista Liturgica 1 (2017)

    LA DONNA NELLA LITURGIA

    Una questione aperta

    Editoriale

     

    La tematica del femminile nella Chiesa si è nuovamente affacciata all’interesse dell’opinione pubblica, nella sua ampia problematicità. Nel corso di un incontro con le partecipanti all’Assemblea Plenaria delle Superiore Generali, papa Francesco ha espresso l’intenzione di costituire una commissione ufficiale, che potesse studiare la questione del diaconato delle donne, soprattutto riguardo ai primi tempi della Chiesa.
    E, dopo intensa preghiera e matura riflessione, la decisione è stata presa. Il 2 agosto 2016 ha istituito una Commissione di studio sul diaconato delle donne: presidente è il segretario della Congregazione per la dottrina della fede, mons. Luis Francisco Ferrer, e ne fanno
    parte dodici membri, dei quali sei donne. 
    Il tema è stato più volte dibattuto su questa stessa rivista. Una rapida carrellata evidenzia la prospettiva di approccio che si intende perseguire con questo fascicolo.
    Anzitutto va richiamata l’affermazione di papa s. Giovanni XXIII, che fu il primo pontefice a cogliere il cambiamento che stava avvenendo e a leggervi, con perspicacia e lungimiranza, un rilevante segno dei tempi, segno cioè del realizzarsi del progetto di Dio nella storia degli uomini: «Nella donna – egli afferma nell’enciclica Pacem in terris (11 aprile 1963) – diviene sempre più chiara e operante la coscienza della propria dignità. Sa di non poter essere considerata e trattata come uno strumento; esige di essere considerata come persona, tanto nell’ambito della vita domestica che in quello della vita pubblica». Le sue parole costituiscono una vera e propria svolta nel magistero pontificio, che aveva nel secolo precedente più volte stigmatizzato il lavoro extradomestico, lesivo della dignità femminile, lamentato i danni che esso apportava alla vita delle famiglie, richiamato le donne al loro naturale orientamento alla maternità. 
    Il concilio Vaticano II accoglierà la prospettiva della Pacem in terris, anche se i testi dedicati alle donne sono in realtà pochi, se posti a confronto con l’intero corpus letterario e dottrinale dei documenti conciliari. Venendo all’oggi, le donne si mostrano ancora come il caso limite, poste come sono sul crinale di una duplice prospettiva: per un verso infatti sono evidentemente parte di quel popolo di Dio la cui comune soggettualità battesimale, a prescindere da qualsiasi istituzione o ordinazione, chiede di venire a parola, anche nella forma autorevole e mistagogica propria dell’azione liturgica. D’altro versante, tuttavia, dal momento che per esse non si dà, al momento, altra condizione che quella laicale, spostano anche costantemente il baricentro del dibattito, che si apre conseguentemente a discutere la loro esclusione: per principio, per natura, per ordinamento divino e in qualsiasi altro modo si voglia indicare quella decisione per la quale la comunità ecclesiale ritiene di non poter riconoscere la loro diakonia, se non nelle forme personali e carismatiche.

    La prospettiva attuale si radica nel genere, in cui il maschile e il femminile si costruiscono reciprocamente intrecciandosi in un ordine, in un sistema di relazioni, conflitti, accomodamenti reciproci; questo avviene anche sul piano religioso ed ecclesiale. L’interrogativo sul fondamento della differenza viene ad essere declinato nel quadro delle relazioni e dei processi sociali.
    Le implicazioni sul piano ecclesiologico sono evidenti. La Chiesa è, come ogni altro soggetto istituzionale, orientata e strutturata secondo un sex-gender system. La ricomprensione nella vita ecclesiale della soggettualità delle donne e delle relazioni uomo-donna non può sottrarsi al confronto con i modelli di “costruzione sociale delle identità”.
    Va pure sottolineato che le forme ecclesiali assumono tratti che esigono, a ben vedere, una ministerialità plurale. In questo ambito, la questione principale per la Chiesa del futuro riguarda le forme concrete di espressione di tale ministerialità. Nell’immediato post-concilio si sono soprattutto moltiplicate e istituzionalizzate le espressioni liturgiche, con la nascita dei ministeri laicali dei lettori e degli accoliti, insieme ai ministri straordinari della comunione. D’altra parte, sarebbe poco e, addirittura, fuorviante intendere solo in questo senso la ministerialità laicale, come spesso tuttora avviene. Era tuttavia necessario che si partisse proprio da lì, cioè da quell’ambito del sacro fino a quel momento legato ai soli sacerdoti. Oggi ancora, in fondo, è importante riscoprire la ministerialità laicale nel contesto della liturgia, nella logica del sacerdozio comune dei fedeli.
    D’altra parte, è pur necessario che la ministerialità laicale nella Chiesa del futuro trovi forme sempre più plurali, per evitare che tutto il processo avviato dal Vaticano II si riduca solo a una sorta di clericalizzazione dei laici. È indubbio che, al di là dei documenti, la ministerialità laicale oggi va ben oltre i confini di ciò che è propriamente istituzionale: esistono una molteplicità di ministeri de facto  all’interno della comunità ecclesiale, come quelli di catechisti, animatori liturgici, guide dei gruppi di ascolto della parola di Dio, responsabili di oratori, economi e amministratori, operatori della caritas e così via.
    È sufficiente guardare le nostre comunità parrocchiali per riconoscere quanto tali espressioni della ministerialità laicale siano radicate e ormai indispensabili per la vita ordinaria della comunità ecclesiale. Per non parlare, poi, di quelle particolari situazioni, peraltro sempre più frequenti, in cui i laici svolgono la funzione di guida di intere comunità, data l’assenza o la penuria di ministri ordinati. Questa fioritura, tuttavia, deve tenersi lontana da alcuni pericoli. Innanzitutto non si possono confondere i livelli: la ministerialità laicale deve essere sempre in qualche modo coordinata al ministero della guida della comunità. Non si tratta di una qualche subordinazione dei laici ai ministri ordinati, ma del riconoscimento di una fondamentale esigenza di sintesi che, nella logica del concilio, è pienamente soddisfatta attraverso il ministero dei vescovi e dei presbiteri. D’altra parte, bisogna anche evitare il rischio opposto di intendere tale ministerialità come concessione, nata magari da una necessità contingente. Non è per l’assenza dei ministri ordinati che fiorisce la ministerialità laicale, ma perché essa è espressione dell’unica ministerialità della Chiesa, tanto quanto il ministero ordinato.
    D’altra parte, per limitarsi al solo ambito liturgico, è emblematico che ministeri come il lettorato e l’accolitato, pur indipendenti dall’ordine sacro, siano stati riservati ai soli uomini, nonostante le ampie discussioni in merito. In tutti gli altri ambiti della vita ecclesiale, poi, ci sarebbe da chiedersi quanto la presenza e la parola delle donne non siano ancora intese e vissute come un traguardo da conquistare o come una sorta di “autorizzazione” concessa dall’autorità (maschile), magari per una qualche necessità contingente, più che un diritto-dovere inalienabile e inderogabile di ciascuno e ciascuna.
    La questione del ruolo delle donne nella Chiesa, quindi, è ben lungi dall’essere risolta definitivamente. A ben vedere, prima ancora che addentrarsi nella questione dell’attribuzione di ministeri specifici, si tratta di apprezzarne la presenza e il contributo attivo, peculiare e decisivo in tutti gli ambiti della vita ecclesiale, a partire dall’esercizio del loro sacerdozio battesimale. Solo a partire da questa fondamentale presa di coscienza si potrà sognare una Chiesa del futuro veramente adeguata al tempo in cui la comunità si troverà a vivere. Solo riconoscendo l’insostituibile contributo del maschile e del femminile si può sognare una Chiesa autenticamente sinodale,
    nella quale vengono riorganizzati i processi comunicativi, partecipativi e decisionali che fanno Chiesa a partire da un equilibrato e reciproco riposizionamento di uomini e donne.
    A livello strettamente rituale, il gesto della lavanda dei piedi, riservato ad “uomini scelti” ed ora esteso anche alle donne, con un decreto firmato da papa Francesco (6 gennaio 2016), ha rilevato ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, quanto il tema del femminile sia significativo, non tanto per ragioni culturali, di disparità “di genere”, quanto di natura teologica. Infatti, il comandamento dell’amore fraterno (cf. Gv 13,14) impegna tutti i discepoli di Gesù, senza alcuna distinzione o eccezione, mentre, la prescrizione di riservare il gesto ai soli viri electi non fa che relegarlo a puro elemento scenico. Nella lettera a commento del decreto, il segretario della Congregazione del culto divino invita perciò ad una nuova interpretazione: non solo una imitazione esteriore del comandamento di Gesù, ma un rito anamnetico, che manifesta la vita di ogni discepolo del Signore, nell’anamnesi del “comandamento nuovo”. 
    Si può quindi arguire che il rito della lavanda dei piedi appartiene a quel linguaggio simbolico-rituale di forte rilevanza sociale, che inevitabilmente provoca un certo impatto sull’opinione e la vita della Chiesa, poiché ogni simbolo è una ripresentazione del mondo, e la forma e il modo con cui è posto non è secondario né trascurabile.
    Il gesto stesso ha in sé, sin dall’origine, una forza “trasgressiva” e “sovversiva” (Gv 13,8). Trasgredisce l’ordine spaziale, in quanto compiuto durante la cena (Gv 13,2) e non al suo inizio come consuetudine.
    E, al tempo stesso, sovverte i ruoli, invertendo l’ordine gerarchico sociale (servo/maestro). Un paradosso che, scompigliando l’ordine delle cose, contribuisce a ricostruire il senso e il valore della comunità cristiana chiamata tutta, senza esclusione, a vivere e testimoniare il comandamento dell’amore, irradiando al tempo stesso sulla scena del mondo un’immagine autentica della comunità cristiana. 
    L’orizzonte prospettico, che sintetizza l’offerta elaborata da questo fascicolo di RL, è quello di mirare primariamente a una riforma della prassi ecclesiale, tanto a livello di consonanza con la cultura contemporanea, quanto con quella teologica.
    Tale esigenza, più o meno avvertita, scaturisce direttamente dall’autocomprensione che la Chiesa ha di sé. Non c’è spazio per la riforma in una Chiesa che intenda sé stessa come un blocco monolitico, annunciatrice di verità sempre identiche, comunità astratta dallo spazio e dal tempo. Non è questo il volto della Chiesa del futuro, ma quello di una Chiesa in cammino, lungo un sentiero che non rappresenta un inevitabile accidente, ma la sua condizione di esistenza.
    Il sogno della Chiesa del futuro non può che passare attraverso una riforma della Chiesa, da intraprendere nel presente. L’opera è ardua, ma appartiene all’essenza stessa della comunità ecclesiale. Si tratta essenzialmente di far risplendere la Chiesa nella sua forma più originaria, più autentica, più limpida. Si tratta di “purificare” ciò che toglie luce ad alcune sue sfaccettature, riportando allo splendore originario aspetti che per più o meno tempo hanno rischiato di restare nell’ombra. Il capitolo più che mai vivo delle donne ne costituisce quasi il banco di prova. Molto si è attuato a livello di prassi, con qualche timido segnale anche dal versante rituale, come testimonia la lavanda dei piedi. Si tratta ora di “dare forma” a una Chiesa in cui davvero non c’è «né giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28). 
    Da questa Chiesa, dove il genere attesta la consapevolezza che non è possibile studiare le donne senza studiare contemporaneamente gli uomini, e viceversa, potrà scaturire una ministerialità senza stereotipi o preclusioni indebite. Chissà che gli studi fatti avviare da papa Francesco possano approdare a questa condizione di vita ecclesiale, in cui le donne, per secoli, soggetti silenziosi e irrilevanti per il “dire” la fede cristiana, sono divenute e sono riconosciute quali soggetti portatori di una parola carismatica e peculiare, in una Chiesa comunione.
    In un “noi”, che costantemente viene ribadito ed esigito a livello liturgico, perché la celebrazione faccia trasparire sempre più la sua natura di azione di Cristo e della Chiesa, in quanto così la manifesta e la implica. In tutti i membri che vi sono interessati, uomini o donne che siano. Sicché, l’agire rituale diviene espressione di una esperienza e autocomprensione di fede dei credenti, uomini e donne, e insieme veicola, in modo potente e immediato, la forma ecclesiale di assemblea universale del popolo di Dio e strumento della presenza di Cristo nel mondo.


    Gianni Cavagnoli


    P.S. La Rivista ha conosciuto un periodo di “assestamento”, dopo la precisa e meticolosa conduzione precedente. Ciò ha comportato qualche difficoltà nella regolarità di pubblicazione degli ultimi numeri. Ce ne scusiamo sinceramente con gli amabili lettori, garantendo tutto l’impegno possibile per arrivare alla piena regolarità. Grazie vivissime della comprensione.

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